giovedì 5 gennaio 2017

The VVitch: A New-England Folktale

Post #1.


Non contiene spoiler.

Attraverso una perfetta commistione tra ricostruzione etnologica e racconto folkloristico, l'esordiente Robert Eggers porta in scena, con forte ambizione e grande talento registico, una spietata decostruzione del patriarcato anglosassone di stampo cattolico, ponendo sotto attacco da ogni fronte la fede cieca, nido di paure e costrizioni.
Nell'America del nord dei padri pellegrini (da poco sbarcati dalla Mayflower), il predicatore religioso William (Ralph Ineson) a causa del suo estremismo religioso viene allontanato con la famiglia dalla comunità puritana nella quale vive. Insediatosi ai confini di un bosco, il piccolo nucleo familiare dovrà far fronte alla minaccia rappresentata da qualcosa di mostruoso che si muove tra le fronde degli alberi.
La perfetta ricostruzione scenica (dagli ambienti ai costumi, dai capelli unti allo sporco sotto le unghia), cesellata su schermo dalla gelida fotografia di Jarin Blaschke, sposa alla perfezione lo stile netto, elegante, che attinge a piene mani da Bergman e Dreyer, con cui Eggers confeziona il suo primo lungometraggio, The VVitch: A New-England Folktale, horror di stampo storico datato 2015.
Basato su "giornali, diari e resoconti giudiziari del tempo" (come accennato nei titoli di coda), nei suoi 92 minuti di durata, benché dotato di un impianto narrativo che costruisce un crescendo di tensione notevole, condito da scene horror dal forte impatto visivo ed emotivo, il film preferisce incentrarsi sulla caratterizzazione psicologica dei membri della famiglia, delineando il modo attraverso il quale l'ossessione religiosa, il timore della punizione divina, inquini le loro menti, conducendoli, e conducendoci, lentamente in una spirale di follia.
Il dogma della predestinazione di stampo protestante (assioma secondo il quale un disegno divino, scrutabile da piccoli segni nella vita quotidiana, determini la salvezza o la dannazione ultraterrena) fungerà da cappio per l'asfissia della ragione, nel momento in cui si verrà a contatto con l'entità, o le entità (forse) presenti nel bosco. Il confine tra realtà e suggestione (se non vera e propria psicosi allucinatoria forse provocata dalla cosiddetta segale cornuta) è completamente sfumato, riproponendo sotto una nuova veste uno stilema narrativo già visto in opere recenti come Le streghe di Salem di Rob Zombie o Babadook di Jennifer Kent (per non risalire addirittura alla prima parte della filmografia di Roman Polanski o allo Shining di Kubrick), deflagrando la linearità narrativa per orientare lo spettatore sui concetti che la pellicola vuole esprimere.
L'odio, il timore, l'incesto, il peccato, l'alienazione; temi affrontati con estrema intelligenza in questa perla cinematografica di rara bellezza, che aborra cliché e scorciatoie (banditi i jumpscare), preferendo lavorare in sottrazione, trovando forse il suo acuto maggiore in uno straziante "ti voglio bene" urlato in lacrime.

2 commenti:

  1. Allora sei nuovo nuovo della blogsfera! Benvenuto!
    Questo film mi ha dato molto da pensare, perché non è stato un colpo di fulmine, ci ho messo un po' prima di capire il suo obiettivo, perché ci hanno abituati a ben altri generi di horror.
    Credo abbia una carica tutta sua, ha utilizzato il contesto storico perfettamente per spiegare la dattica del diavolo talmente bene da far ragionare molto tempo dopo la fine della visione. Per essere il primo lavoro del regista, è davvero notevole.

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    1. Avevo un piccolo blog qualche anno fa, ma poi l'ho abbandonato e ho deciso adesso di aprirne un altro.
      Sai che anche a me ha colpito maggiormente alla seconda visione? Mi aspettavo un bel film horror, in stile L'Evocazione, ma verso la fine mi sono reso conto di avere tra le mani qualcosa di diverso, e quindi molti dei messaggi, dei riferimenti, della prima ora di film non li ho colti poiché l'avevo visto sotto una luce sbagliata.

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