I comuni lucani di Pietrapertosa e Castelmezzano sono lo scenario nel quale il regista partenopeo Massimo Gaudioso dà forma alla fittizia Pietramezzana, sfondo di Un paese quasi perfetto, commedia italiana del 2016, trasposizione del francese Un village presque parfait di Stéphane Meunier (a sua volta remake de La grande seduzione di Jean François Pouliot).
La ridotta popolazione del paesino (poco più di 100 abitanti), dopo la chiusura della miniera che rappresentava il fulcro della loro economia, sopravvive solo grazie al sussidio della cassa integrazione. Per nulla intenzionato ad abbandonare l'unico luogo nel quale abbia mai vissuto, Domenico Bonocore (Silvio Orlando), da poco divenuto sindaco di Pietramezzana, decide a tutti i costi di convincere una grossa azienda del nord ad aprire uno stabilimento nel loro territorio. Uno dei requisiti necessari è la presenza in zona di un medico condotto, ruolo che per una serie di circostanze, sarà ricoperto dal chirurgo plastico Gianluca Terragni (Fabio Volo). L'obiettivo dell'intera cittadina diviene quello di convincere il medico a restare in carica per altri cinque anni, mettendo su una elaborata messa in scena.
Se alcune piccole incertezze nella regia e nel montaggio possono non sorprendere lo spettatore (in termini tecnici ci si ritrova esattamente quello che ci si aspetta), ciò che colpisce in negativo è la ridondante presenza nel film di stereotipi, cliché e luoghi comuni dell'italiano medio over 50 e del cinema commerciale italiano nel suo tutto. Perché Massimo Gaudioso, soggettista e sceneggiatore di questo lungometraggio, in passato è stato la penna dietro opere quali E' stato il figlio, L'imbalsamatore (dei quali ha scritto anche il soggetto), Reality, Il racconto dei racconti, ed era certamente lecito aspettarsi una raffinatezza maggiore in fase di scrittura; ma a quanto pare il regista napoletano (probabilmente spinto da Cattleya) ha deciso di provare a ricalcare il successo di film come Benvenuti al Sud e Benvenuti al Nord (anche questi sceneggiati da lui), con i quali Un paese quasi perfetto ha diversi punti in comune. Sicuramente più raffinato dello standard medio delle commedie italiane di successo degli ultimi anni (un altro pianeta se paragonato a film natalizi e surrogati), ma fiaccato, appesantito, indebolito da una patinata visione della vita e da una ricostruzione nostalgica di un certo tipo di società rurale. L'amore senza sesso, la beata ignoranza, il piccolo paesino asfissiato dalla noia visto come boccaglio d'ossigeno per l'uomo contemporaneo inserito nella caotica società odierna. Fandonie, preconcetti, banalità, si viaggia sulla superficie delle cose. Gli attori sono diretti con un certo brio e su tutti spicca Carlo Buccirosso che interpreta Nicola (detto bancomat), direttore di banca in un paesino di disoccupati. Regge bene la sua parte Silvio Orlando (simpatico il riferimento a Il caimano di Nanni Moretti) e Fabio Volo risulta persino sopportabile.
92 minuti di durata che, nonostante tutto, benché pesanti cadute narrative e un finale ai limiti del ridicolo, comunque scorrono, intrattengono, elemosinando qualche momento davvero piacevole.

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