giovedì 26 gennaio 2017

Le vie del Signore sono finite

Post #10.


Anni '20. Nel piccolo (e fittizio) paesino di Acquasalubre, il barbiere Camillo Pianesi (Massimo Troisi) soffre di una malattia psicosomatica che lo costringe su una sedia a rotelle. L'origine di tutto sembra essere la rottura del rapporto con Vittoria (Jo Champa), ragazza di origine francese da tempo residente in Italia. L'arrivo di Orlando (Massimo Bonetti), ragazzo paraplegico amante della poesia, e l'intensificarsi del potere e dell'ideologia fascista nel paese daranno origine a una serie di eventi equivoci.
Principale esponente della nuova corrente comica partenopea sorta agli inizi degli anni '70, vero e proprio araldo della cultura napoletana contemporanea, Massimo Troisi è probabilmente il miglior interprete comico che il nostro Paese abbia avuto dopo i mostri sacri divenuti celebri negli anni 50'. Attore (teatrale, televisivo e cinematografico), sceneggiatore e regista, prematuramente scomparso nel 1994 all'età di soli 41 anni. Le vie del Signore sono finite (titolo che sembra c'entrare tutto e niente con il film), del 1987, è la quarta prova da regista di Troisi, che sceneggia e recita anche.
Tutto verte, chiaramente, su di lui, onnipresente, vero e proprio mattatore, baricentro narrativo, talento capace di innescare l'attenzione nello spettatore e tenerla alta per i 117 minuti di durata della pellicola. La dinoccolata gestualità, l'arabesco delle mani, gli sguardi in contrappunto, le frasi a metà che viaggiano su acuti strozzati o sussurri sommessi, che inspirano Edoardo De Filippo ma esalano qualcosa di diverso, unico. Talento puro, di razza, come se recitare fosse stata la cosa più semplice del mondo. La macchina da presa lo segue avidamente e la sceneggiatura (vincitrice del Nastro d'Argento) lo riverisce, il che è uno dei punti deboli del film, nel quale tutto quello che ruota attorno a Troisi è piatto, puro contorno, personaggi suppellettili privi quasi sempre di spessore, ingabbiati in uno stereotipo dal quale non possono divincolarsi. La sceneggiatura, principalmente nella prima parte, si muove su binari spesso prevedibili, per riscattarsi nella seconda dove il lato politicizzato (e antifascista) di Troisi viene fuori, per portare il racconto su un livello più alto, intelligente e sensibile. La regia, quando non è saldata su campi e controcampi nei quali il protagonista fa la parte da leone, si concede dei movimenti eleganti, dei campi lunghi, che però tendono a diventare ripetitivi.
Le vie del Signore sono finite è una buona commedia nostrana, che scorre grazie al talento di Troisi, che riesce a incantare e divertire.

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