"Il Signore dà e il Signore prende: questa è la sua natura. Sparge sale sulle ferite che dovrebbe curare". Recitava così la splendida Jessica Chastain in The Tree of Life, film del 2011 diretto da Terrence Malick. Sono numerosi i cineasti che nel corso degli anni, in maniera esplicita o meno, hanno raccontato dell'uomo in cerca di Dio; svariati modi e luoghi nei quali lo hanno inseguito. Dalle profondità oscure del cosmo (2001: Odissea nello spazio) agli assolati campi di battaglia (La sottile linea rossa), negli occhi di una giovane strega (Il settimo sigillo) come nella vita quotidiana dell'uomo comune (A serious man). Martin Scorsese, giunto al suo ventiquattresimo lungometraggio, decide di cercarlo nel Giappone del XVII secolo, tra spazi immensi avvolti dalla nebbia o cauterizzati dal sole.
Ispirato al romanzo storico Silenzio di Shūsaku Endō, pubblicato nel 1966, Silence, uscito in sala in questi albori del 2017, racconta la vicenda di due padri gesuiti portoghesi, Sebastião Rodrigues (Andrew Garfield) e Francisco Garrpe (Adam Driver), sbarcati in Giappone durante il periodo dell'inquisizione ai danni dei cristiani, alla ricerca del loro mentore, padre Ferreira (Liam Neeson), che secondo notizie non confermate avrebbe abiurato.
Ispirato al romanzo storico Silenzio di Shūsaku Endō, pubblicato nel 1966, Silence, uscito in sala in questi albori del 2017, racconta la vicenda di due padri gesuiti portoghesi, Sebastião Rodrigues (Andrew Garfield) e Francisco Garrpe (Adam Driver), sbarcati in Giappone durante il periodo dell'inquisizione ai danni dei cristiani, alla ricerca del loro mentore, padre Ferreira (Liam Neeson), che secondo notizie non confermate avrebbe abiurato.
Un viaggio nel Cuore di tenebra (anche se idealmente siamo più vicini ad Apocalypse Now) che innesca una profonda riflessione, ambigua, contorta, penetrante, sull'eventuale esistenza di un Dio, sul rapporto tra uomo e creatore, sulla fratellanza, sul significato dei simboli (piccoli) e sulla loro importanza (grande) come pilastro della fede, sulle religione e la religiosità, sullo scontro tra culture (il collettivismo giapponese contrapposto all'individualismo del cattolicesimo europeo), sulla connotazione politica della religione (basti pensare alla diffusione del cristianesimo nell'impero romano). Dozzine di interrogativi snocciolati, come i grani nella corona di un rosario, ma nessuna vera risposta. "Se Dio vuole impedire il male ma non è in grado di farlo allora non è onnipotente. Se è in grado di farlo ma non vuole allora deve essere malvagio. Se non può e non vuole... perché chiamarlo Dio?", si domandava il protagonista di Franklyn, film del 2008 di Gerald McMorrow.
Complessa, articolata, imperfetta, maestosa, l'opera di Scorsese, venuta alla luce dopo più di vent'anni di travagliati tentativi, si veste di immagini potenti, curate, immerse nel silenzio, vera colonna sonora della pellicola; un silenzio primordiale nel quale perdersi, poiché è soltanto in esso che possiamo udire ciò che vogliamo. Perché il silenzio è l'unica risposta che Dio fornisce a tutte le nostre preghiere. Solo il silenzio svela l'arroganza umana nel voler comprendere l'intento di un essere superiore. Forse credere è una soluzione facile a cui l'uomo ricorre per non sentirsi solo, abbandonato in un oceano di imprevedibilità.
L'evoluzione elegante dei personaggi, portatori infetti di domande legittime, delinea un vaggio interiore che è minimo comun denominatore del genere umano. Un calvario, come in L'ultima tentazione di Cristo (il film del cineasta newyorkese concettualmente più vicino a questo Silence), che avvicina il protagonista alla figura del Cristo e al contempo lo allontana. Se nelle opere in cui l'uomo cerca Dio, lo sguardo della camera e dei protagonisti stessi scruta spesso verso l'alto, il cielo, alla ricerca di una sfuggente entità superiore, lo sguardo dei protagonisti e di Scorsese in Silence è sempre ancorato a terra, immerso tra sofferenze e miserie umane.
161 minuti di durata (non proprio scorrevolissimi) nei quali Scorsese, conscio del proprio talento, ambisce, osa, senza risparmiarsi, arrivando persino ad incespicare, donandoci un dipinto di sublime bellezza che non può che lasciare a bocca aperta.
L'evoluzione elegante dei personaggi, portatori infetti di domande legittime, delinea un vaggio interiore che è minimo comun denominatore del genere umano. Un calvario, come in L'ultima tentazione di Cristo (il film del cineasta newyorkese concettualmente più vicino a questo Silence), che avvicina il protagonista alla figura del Cristo e al contempo lo allontana. Se nelle opere in cui l'uomo cerca Dio, lo sguardo della camera e dei protagonisti stessi scruta spesso verso l'alto, il cielo, alla ricerca di una sfuggente entità superiore, lo sguardo dei protagonisti e di Scorsese in Silence è sempre ancorato a terra, immerso tra sofferenze e miserie umane.
161 minuti di durata (non proprio scorrevolissimi) nei quali Scorsese, conscio del proprio talento, ambisce, osa, senza risparmiarsi, arrivando persino ad incespicare, donandoci un dipinto di sublime bellezza che non può che lasciare a bocca aperta.

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