giovedì 26 gennaio 2017

Le vie del Signore sono finite

Post #10.


Anni '20. Nel piccolo (e fittizio) paesino di Acquasalubre, il barbiere Camillo Pianesi (Massimo Troisi) soffre di una malattia psicosomatica che lo costringe su una sedia a rotelle. L'origine di tutto sembra essere la rottura del rapporto con Vittoria (Jo Champa), ragazza di origine francese da tempo residente in Italia. L'arrivo di Orlando (Massimo Bonetti), ragazzo paraplegico amante della poesia, e l'intensificarsi del potere e dell'ideologia fascista nel paese daranno origine a una serie di eventi equivoci.
Principale esponente della nuova corrente comica partenopea sorta agli inizi degli anni '70, vero e proprio araldo della cultura napoletana contemporanea, Massimo Troisi è probabilmente il miglior interprete comico che il nostro Paese abbia avuto dopo i mostri sacri divenuti celebri negli anni 50'. Attore (teatrale, televisivo e cinematografico), sceneggiatore e regista, prematuramente scomparso nel 1994 all'età di soli 41 anni. Le vie del Signore sono finite (titolo che sembra c'entrare tutto e niente con il film), del 1987, è la quarta prova da regista di Troisi, che sceneggia e recita anche.
Tutto verte, chiaramente, su di lui, onnipresente, vero e proprio mattatore, baricentro narrativo, talento capace di innescare l'attenzione nello spettatore e tenerla alta per i 117 minuti di durata della pellicola. La dinoccolata gestualità, l'arabesco delle mani, gli sguardi in contrappunto, le frasi a metà che viaggiano su acuti strozzati o sussurri sommessi, che inspirano Edoardo De Filippo ma esalano qualcosa di diverso, unico. Talento puro, di razza, come se recitare fosse stata la cosa più semplice del mondo. La macchina da presa lo segue avidamente e la sceneggiatura (vincitrice del Nastro d'Argento) lo riverisce, il che è uno dei punti deboli del film, nel quale tutto quello che ruota attorno a Troisi è piatto, puro contorno, personaggi suppellettili privi quasi sempre di spessore, ingabbiati in uno stereotipo dal quale non possono divincolarsi. La sceneggiatura, principalmente nella prima parte, si muove su binari spesso prevedibili, per riscattarsi nella seconda dove il lato politicizzato (e antifascista) di Troisi viene fuori, per portare il racconto su un livello più alto, intelligente e sensibile. La regia, quando non è saldata su campi e controcampi nei quali il protagonista fa la parte da leone, si concede dei movimenti eleganti, dei campi lunghi, che però tendono a diventare ripetitivi.
Le vie del Signore sono finite è una buona commedia nostrana, che scorre grazie al talento di Troisi, che riesce a incantare e divertire.

lunedì 23 gennaio 2017

Signs

Post #9.


Balzato agli onori della cronaca (prima inglese e poi mondiale) a partire dalla fine degli anni '70, il fenomeno dei crop circles (da noi definiti cerchi nel grano, sebbene agroglifi risulti un termini più elegante nonché azzeccato) ha generato uno svariato numero di teorie e illazioni. Benché comprovatamente opera dell'uomo queste complesse e affascinanti figure geometriche, che richiamo alla mente le linee di Nazca, sono perlopiù ancora associate nell'immaginario collettivo ad attività di origine extraterrestre. Da questo nel 2002 M. Night Shyamalan, cineasta indiano naturalizzato statunitense, prese spunto per costruire il suo quinto lungometraggio, Signs.
Nella contea di Bucks, in Pennsylvania, un agroglifo viene tracciato sul campo di mais dell'ex pastore protestante Graham Hess (Mel Gibson). Inizialmente convinto di trovarsi al centro di una macabra burla, l'uomo sarà presto costretto a cambiare idea, quando da ogni parte del mondo cominceranno a giungere segnalazioni circa la comparsa di numerosi disegni simili.
Spedito (precocemente) da critica e pubblico nell'olimpo dei grandi registi contemporanei dopo il successo, potremmo dire a tutto tondo, de Il Sesto Senso, suo terzo lavoro, Shyamalan si è ritrovato nel giro di pochi anni ad essere uno dei registi maggiormente denigrati e disprezzati. Ingiustamente, ottusamente. Perché il cineasta indiano ha, e ha sempre avuto, una precisa idea di cosa debba essere il suo cinema. Signs rappresenta uno spartiacque nella sua prima parte di carriera, il momento dal quale hanno cominciato a tirargli bastonate come per sfogare una sorta di rancore personale nei suoi confronti. Partendo dai crop circles e dal modo nel quale questi, ancora oggi, vengano ritenuti messaggi di origine aliena nonostante non ci siano prove a favore ma soltanto contrarie (come se non volessimo accettare la verità, bisognosi di mantener vivo un mito, una speranza, e il suo connesso fascino), Shyamalan pone una riflessione che si muove sui massimi sistemi, parlandoci di segni e di significato, dei contenuti con i quali li riempiamo a seconda della (e per sorreggere la) nostra personale visione del mondo, puntando ai più importanti segni nella storia umana (ossia quelli religiosi) e al più grande e sconosciuto significato (quello dell'esistenza). Tutto è pura coincidenza oppure nulla accade per caso? L'entità superiore, il Dio, al quale ci si rivolge resta sempre qualcosa di astratto, indefinito, non catalogato in una particolare visione religiosa.
Più che con Incontri ravvicinati del terzo tipo di Steven Spielberg, Signs si pone, data la scelta narrativa adottata da Shyamalan, in linea con La guerra dei mondi, non però l'opera cartacea di H.G. Wells, quanto il celebre programma radiofonico di Orson Welles, del 1938. Un attacco alieno raccontato attraverso l'ottica di un piccolo nucleo familiare, che apprende gli accadimenti nel mondo attraverso la televisione e la radio. Il recintare claustrofobicamente la narrazione nella fattoria (con qualche breve escursione nella vicina cittadina) accresce il senso di minaccia e di impotenza, vera e propria benzina per la tensione che permea l'intero film. Un pericolo che resta nascosto per quasi tutto il tempo, invisibile e impalpabile. Non è mai concesso ai personaggi, e di conseguenza allo spettatore, sapere il perché questi alieni siano qui. Si fanno ipotesi e teorie ma non c'è mai una vera e propria risposta. Sotto molteplici aspetti Signs rappresenta il primo vero manifesto dell'America post 11 settembre.
Se Lady in the Water si basava su una storia della buonanotte che il regista stesso aveva scritto per i propri figli, se in The Village erano palesi i richiami a Cappuccetto Rosso e il recente The Visit affonda pesantemente le mani nel racconto di Hänsel e Gretel, Signs è una vera e propria rilettura della fiaba de I tre porcellini. Barricati in casa, con il mostro che bussa ripetutamente alla porta (anzi, cerca di sfondarla).
Concettualmente intrigante e cinematograficamente ambizioso (al punto da scivolare spesso sotto il peso della sua stessa ambizione), Signs si rivela, oltre i difetti che costellano la pellicola (l'inespressività iniziale degli attori e alcune piccole forzature narrative, relative perlopiù al voler imboccare concetti allo spettatore) un film unico nel suo genere. La bellissima fotografia di Tak Fujimoto (direttore della fotografia de La rabbia giovane di Terrence Malick e de Il silenzio degli innocenti di Johnathan Demme) e la splendida colonna sonora di James Newton Howard (che eleva il film in maniera esponenziale) sono la ciliegina su questa torta, non perfettamente riuscita, ma a mio avviso indimenticabile. Signs è davvero un bel film.

venerdì 20 gennaio 2017

DC Extended Universe #2: Batman v. Superman - Dawn of Justice

Post #8.


Incassate le dure stroncature lanciategli da gran parte di critica e pubblico per L'uomo d'acciaio, e preso atto del successo al botteghino inferiore alle aspettative (668 milioni non sono pochi ma ci si aspettava di sfondare il muro del miliardo), la Warner Bros. prosegue nella presentazione/delineazione del suo universo cinematografico dedicato ai supereroi in calzamaglia della DC Comics, portando in sala nel marzo del 2016 il secondo capitolo di questo franchise, ossia Batman v. Superman - Dawn of Justice, con Zack Snyder sempre saldamente al timone.
Dopo la distruzione provocata a Metropolis dallo scontro tra Superman (Henry Cavill) e il generale Zod (Michael Shannon), il miliardario Bruce Wayne (Ben Affleck), che segretamente opera a Gotham nei panni del vigilante mascherato chiamato Batman, decide di impiegare ogni sua risorsa per fermare l'ultimo figlio di Krypton, spinto dall'idea che un individuo dotato di un simile potere rappresenti, in ogni caso, una minaccia per il genere umano. Si innescherà così un duello tra i due mentre il genio miliardario Lex Luthor (Jesse Eisenberg) tesse nell'ombra un misterioso piano.
Attingendo a piene mani dal multiverso (multimediale) della DC (La morte di Superman, Injustice e sopratutto Il ritorno del Cavaliere Oscuro di Frank Miller), Zack Snyder mette in scena lo scontro, inizialmente ideologico e conseguentemente fisico, tra i due supereroi più famosi di sempre, nonché tra i più forti, tirando fuori un film debole sotto ogni punto di vista.
Convincono poco, innanzitutto, le motivazioni dietro l'agire di molti personaggi (il modo in cui Superman decide inizialmente di porsi nei confronti di un vigilante violento quale Batman, come il motivo per cui quest'ultimo, che persegue imperterrito il suo obiettivo di abbattere Kal-El, non batterà assolutamente ciglio nel momento in cui scoprirà l'esistenza di altri metaumani, per poi cambiare d'emblèe idea su Superman) fattore dal quale si origina una serie, che diviene sempre più serrata, di forzature e incongruenze (minori, certo, ma sempre molto presenti anche nella versione estesa) che si accumulano e pesano sulla pazienza dello spettatore come i macigni in una frana. Non si parla solo di plot hole ma dell'incapacità di porre le basi del racconto. Se Watchmen di Alan Moore e Dave Gibbons ci ha insegnato che avere un nemico comune può appianare i contrasti, qualcuno provi a spiegare qual è il piano del nemico comune di questo film, ossia Lex Luthor. Privo di una rotta precisa, il film arranca tra situazioni spesso improbabili, sterzando a babordo negli ultimi 40 minuti, disorientando e nauseando.
Gli attori (siamo giunti al sesto volto, cinematograficamente parlando, dietro la maschera del Crociato incappucciato) hanno tutti il giusto phisique du role (perché Ben Affleck come Batman, sebbene non altezza di alcuni suoi predecessori, ha i connotati giusti per il personaggio), per quanto riguarda invece la recitazione siamo su livelli lontani dall'accettabile, ma parliamo di personaggi, e di un film, per cui nel complesso non bisogna ricorrere certo al metodo Stanislavskij. Nota di merito per la meravigliosa Gal Gadot e la sua Wonder Woman, veramente accattivante.
Registicamente il mood del film è maggiormente azzeccato rispetto a L'uomo d'acciaio, alcune sequenze d'azione sono davvero coinvolgenti, ma è palese la carenza di forza e originalità nella direzione artistica, nonché una totale assenza di ritmo narrativo legata ad una dilatazione eccessiva dei tempi, vista la carenza di contenuti di qualsiasi tipo in quasi tutte le scene. Più ambizioso de L'uomo d'acciaio ma al contempo più debole e fallace, maggiormente raffazzonato e inconsistente. Se prendiamo a mente il rapporto mezzi/risultato, siamo in prossimità di un vero e proprio disastro qualitativo (non lo è totalmente solo perché hollywood nelle ultime due decadi è riuscita a partorire di peggio).
Il DC Extended Universe, giunto al suo secondo capitolo, sembra non convincere e non coinvolgere.

giovedì 19 gennaio 2017

La scomparsa di Eleanor Rigby

Post #7.



Era il 5 agosto 1966 quando nei negozi di dischi del Regno Unito compariva Revolver, settimo album dei Beatles che ad oggi viene considerato come uno dei lavori più riusciti della celebre band inglese, tanto che nel 2003 la rivista Rolling Stones lo ha inserito al 3° posto della classifica dei 500 migliori album di sempre (al 1° Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band). Dopo la sarcastica Taxman, nella quale i Fab Four esprimevano tutto il dissenso verso la "supertassa" che mangiava il 95% delle loro entrate totali ("There's one for you, nineteen for me") introdotta dal governo laburista di Harold Wilson ("Yeah, i'm the taxman"), come seconda traccia del disco c'è Eleanor Rigby. Scritta da Paul McCartney e arrangiata con un ottetto d'archi dal produttore George Martin, Eleanor Rigby è un brano sulla solitudine ("Look at all the lonely people") che ci parla di una donna sola e triste, che cela la propria condizione dietro una maschera, "indossando la faccia che di solito conserva in un vaso vicino alla porta", perché nella società in cui vive la solitudine è una colpa che nessuno può permettersi. La Eleanor del film è diversa da quella della celebre canzone; non è britannica ma statunitense, non raccoglie riso dopo i matrimoni ma decide di lanciarsi da un ponte nel fiume Hudson.
L'esordiente Ned Benson presentò all'edizione 2013 del Toronto International Film Festival, e successivamente (nel 2014) alla 67ima edizione del Festival di Cannes, il suo biglietto da visita, ossia La Scomparsa Di Eleanor Rigby, uno dei progetti cinematografici più interessanti del recente periodo.
La morte di un figlio di pochi mesi manda in frantumi il matrimonio di una giovane coppia. Il felice quadretto familiare crolla sotto i colpi dell'incontenibile dolore che rende impossibile ogni tipo di comunicazione. Dopo il tentato suicidio, Eleanor va via di casa nella speranza di ritrovare se stessa, lasciando Conor con tante domande e poche certezze.
Jean Renoir disse "al cinema non importa la storia, importa come la racconti". La Scomparsa di Eleanor Rigby è un film diviso in due parti (o due film che formano un'opera unica), Lui e Lei, che dunque analizza il tema della rottura di coppia sia dal punto di vista di Conor (Him, che va visto per primo) che di Eleanor (Her). Esiste una terza versione, ossia Loro (Them), che attraverso una corposa scrematura (circa 90 minuti di girato non sono presenti) unisce le altre due versioni; si tratta semplicemente di una mossa atta a rendere maggiormente vendibile il film. Benché Loro risulti valido, tradisce lo spirito originale dell'opera, per cui ne consigliamo la visione, per completezza, solo dopo Lui e Lei.
Il tramonto di una relazione visto, nonché vissuto, da due prospettive diverse dà vita ad una riflessione, non semplicemente sul rapporto di coppia e sulle relative ed inevitabili difficoltà, ma sulle capacità e possibilità di comprendere realmente l'altra persona, sullo scarto esistente tra modi di reagire ed interpretare gli eventi in due individui profondamente legati. Ciò avviene attraverso piccole differenze nelle frasi, nei gesti, negli sguardi, inserite sapientemente nelle due pellicole, creando così tra queste lievi ma significativi scostamenti. L'intera opera ruota su un discorso che diviene sempre più chiaro man mano che si prosegue nella visione, ovvero: spesso nessuno ha colpa per ciò che accade; non c'è chi sbaglia, nessuno ha torto o ragione, ma ognuno ha le proprie di ragioni. Se nella prima parte (Lui) ci immedesimiamo in Conor, percependo nell'atteggiamento di Eleanor una sorta di egoismo, nella seconda (Lei) questa sensazione viene totalmente spazzata via. Non c'è egoismo ma solo (una maggiore) difficoltà nel metabolizzare un dolore. Il tutto si lega ad un discorso sulla memoria, sul ricordo, sul contrasto tra necessità di andare oltre e paura di dimenticare ciò che è stato, tra il voler proseguire e il disperato desiderio di voler tornare indietro. Benson ci racconta una storia semplice e lo fa con estrema onesta. Lui è la parte più vivace e dinamica del racconto, Lei quella più melanconica e riflessiva, rispecchiando così perfettamente le personalità dei due protagonisti. Tra Conor ed Eleanor (personaggi davvero ben caratterizzati) c'è una sinuosa sinergia, anche quando sono distanti (mentalmente e fisicamente).
Jessica Chastain (prova vivente che la perfezione esiste), che oltre a figurare tra i produttori della pellicola si cimenta nell'interpretare El, è stata legata sentimentalmente a Ned Benson per un lunghissimo periodo di tempo; viene lecito pensare che i due abbiano inserito molto del proprio trascorso personale all'interno del film (originariamente il ruolo di Eleanor era decisamente marginale, si vocifera sia stata proprio la Chastain a premere affinché il personaggio venisse ampliato, nonché a suggerire di dividere l'opera in due parti). Benson, autore anche della sceneggiatura, pecca però nella caratterizzazione dei personaggi secondari, che sebbene risultino comunque funzionali e mai delle semplici macchiette, cadono un po' nei classici stereotipi del cinema indie americano.
La regia valida ma un po' acerba, con numerose carrellate che seguono i personaggi mentre si muovono per le strade di New York, la fotografia splendida, che passa da colori freddi a sfumature calde per enfatizzare lo stato d'animo dei protagonisti, la colonna sonora di Son Lux (nome d'arte di Ryan Lott), con una soundtrack che spazia dal moderno al semi-classico americano (e che merita un posto nel nostro lettore mp3), e due attori protagonisti davvero bravi (Chastain e McAvoy sono delle certezze), concorrono a creare una pellicola (anche se in realtà il tutto è girato in digitale) davvero splendida, dotata di una sorprendente e sottile intensità emotiva, in grado di toccare lo spettatore disposto a immergersi nel racconto. Ciò che resta è un retrogusto agrodolce, un misto di nostalgia e sommessa felicità. Un opera poco conosciuta nel nostro paese, dove non ha ricevuto alcuna distribuzione cinematografica, uscendo direct-to-video. La Scomparsa Di Eleanor Rigby è un film che consigliamo caldamente a chiunque stia leggendo, perché (secondo noi) il cinema è sopratutto questo, un qualcosa di piccolo e delicato.

mercoledì 18 gennaio 2017

Gli Occhi del Delitto

Post #6.


"Eureka" non solo è l'esclamazione proferita (almeno secondo leggenda) da Archimede dopo aver, tramite improvvisa illuminazione, compreso il principio che agisce Sui corpi galleggianti (opera nella quale illustrò e dimostrò la forza esercitata dai fluidi nei confronti di un corpo solido in essi immerso), prima di lanciarsi nudo in una corsa tra le vie di Siracusa; Eureka è anche il nome di una cittadina, capoluogo della Contea di Humboldt, in California nella quale Bruce Robinson, cineasta inglese autore di Shakespeare a colazione (ricordato dai più come il tenente Pinson in Adele H. - Una storia d'amore di François Truffaut), ambienta il suo quinto lavoro, Gli occhi del delitto (Jennifer Eight), lungometraggio del 1992.
L'ispettore di polizia John Berlin (Andy Garcia), in cerca di calma e tranquillità, si trasferisce in una cittadina nel nord della California. Si trova presto ad indagare sul ritrovamento di una mano destra, appartenente ad una giovane donna, abbandonata in una discarica. Dietro tutto potrebbe celarsi un serial killer autore di sette omicidi; l'unico testimone a disposizione di Berlin è Helena Robertson (Uma Thurman), una giovane ragazza ipovedente.
Al cubano Andy Garcìa le critiche piovutegli addosso qualche anno prima per via dell'inespressività esibita impunemente ne Il Padrino: Parte III non hanno fatto né caldo e né freddo, a quanto pare, dato che per i 124 minuti di durata della pellicola in questione tocca sorbirsi il suo volto da manichino (pesce lesso suonava brutto) in combo con una strana andatura dinoccolata. anserina, roba da distrofia muscolare in stadio avanzato. Il dover interpretare il classico detective brillante e ostinato, bello e tormentato, duro ma bisognoso di coccole (sì, perché lui vuole le carezze, non vuole solo scopare come voi, miseri poliziotti di contorno), mal scritto come ogni altro personaggio della storia, sicuro non aiuta. A suo favore non gioca nemmeno il fatto di essere circondato da attori secondari e caratteristi di ottimo livello. Lance Henriksen, che interpreta il sergente Freddy Ross, sebbene costretto a recitare battute da vecchio telefilm poliziesco in onda la domenica pomeriggio sul canale regionale semisconosciuto, si mangia il buon Andy a colazione.
La bellissima fotografia di Conrad Hall e l'azzeccata colonna sonora di Christopher Young si dissolvono come neve al sole al contatto con una regia piatta, che non ha e non dà forza a nulla, e un montaggio da lasciar perplessi. La tensione sembra quasi un obbligo al quale Bruce Robinson adempie con estrema frustrazione, concedendola al pubblico in due o tre brevissimi momenti, ma solo perché lo impone il genere. Inoltre la sceneggiatura, che porta la firma dello stesso regista, ha un nonsoché di vergognoso. I personaggi sono monodimensionali, i dialoghi insignificanti e l'intera indagine svolta dall'ispettore Berlin risulta ingarbugliata, raffazzonata e sconclusionata (dov'è il cadavere di Jennifer? perché nessuno fa una bella perquisizione nell'istituto per non vedenti? chi ha sgozzato il barbone?).
Gli occhi del delitto si colloca sulla scia del successo de Il silenzio degli innocenti di Jonathan Demme, ma le ispirazioni di cui vive sono decisamente di stampo lynchiano (dall'incipit che richiama Velluto Blu alle atmosfere che urlano Twin Peaks) mixate con Gli occhi della notte di Terence Young (nel quale una sempre splendida Audrey Hepburn recita la parte di una non vedente). Purtroppo si arranca sin dal primo fotogramma e ci troviamo in un battito di ciglia aggrappati alle (s)palle di Henriksen, che con il suo talento stempera la noia; e quando il buon androide Bishop esce di scena a metà dei lavori, a salvarci dalla disperazione di trovarsi ancora un'ora e passa di questo polpettone da ingurgitare arriva, trainandoci eroicamente verso i titoli di coda, nientemeno che John Malkovich, tanto bravo da poter star zitto e fermo e risultare comunque grandioso. Malkovich si mette in groppa circa mezz'ora (e passa) di film ed evita il disastro definitivo. Il finale tirato via (dopo due ore di nulla assoluto) è la ciliegina sulla torta, quasi come se il regista si fosse improvvisamente accorto di avere terminato il budget a sua disposizione.
Un film che trae molte ispirazioni ma che risulta decisamente poco ispirato.

martedì 17 gennaio 2017

Il Camorrista

Post #5.


Napoli, seconda metà degli anni '60. O Professor 'e Vesuviano (Ben Gazzara), condannato a trent'anni per omicidio, viene trasferito nel carcere di Poggioreale. Entrato subito in conflitto con il boss della camorra lì detenuto, Don Antonio 'O Malacarne (Lino Troisi), il Professore sfrutterà ogni chance a sua disposizione per arrivare al vertice della piramide criminale, sia dentro che fuori dal carcere. Ad aiutarlo la fidata sorella Rosaria (Laura del Sol). Ciò segnerà la nascita della Camorra Riformata e l'inizio di un lungo periodo di terrore.
Prima del successo di Gomorra: la serie, ideata da Roberto Saviano e diretta da Stefano Sollima, a troneggiare nell'immaginario collettivo relativo alla criminalità organizzata campana c'era lui, Il Camorrista, film d'esordio del siciliano Giuseppe Tornatore, tratto dall'omonimo romanzo di Giuseppe Marrazzo. Liberamente ispirato a fatti reali (facilmente riconoscibili sebbene i nomi dei personaggi coinvolti siano stati cambiati e gli eventi in buona parte romanzati) questo lungometraggio, antesignano di molte opere nostrane incentrate sulla malavita, con la sua crudezza ha saputo rappresentare non solo la violenza del dominio della camorra sul territorio, ma la sua mentalità criminale. Il perché di ogni azione e scelta è limpido. Uno spaccato di realtà italiana che affonda le mani in diversi temi, come la famiglia, la lealtà, l'omertà, l'amicizia, l'ignoranza, la povertà e sopratutto il potere. "Nulla per loro ha valore se non genera potere", scrisse Ferdinando Balzarro nel suo Il secondogenito riferendosi ai potenti; nulla, nemmeno la vita umana.
O Professor, figura ambigua, scaltra, sanguinaria, protagonista della vicenda, è chiaramente creata ricalcando la persona di Raffaele Cutolo, boss criminale fondatore della NCO (Nuova Camorra Organizzata, nel film chiamata CR), soprannominato Professore dai suoi compagni di carcere in quanto unico tra loro a saper leggere e scrivere. La sua è una storia di rivalsa che, in un contesto violento come quello della Napoli malavitosa degli anni '70, sembra non poter che evolversi tra centinaia di cadaveri immersi in un mare di violenza. Mentalità criminale la sua, certo, ma che sembra celare al suo interno un orientamento politico; si ha l'impressione che la criminalità organizzata fosse per molti l'unica via per poter migliorare le proprie condizioni di vita, nonché il solo mezzo attraverso cui riscattare un meridione completamente abbandonato dallo Stato. Camorra non solo come stato nello Stato, ma come alternativa a quest'ultimo.
A uscirne trionfante è pero il senso di giustizia incarnato nel personaggio del commissario Iervolino (un bravissimo Leo Gullotta premiato con il David di Donatello come miglior attore non protagonista), ispirato al vice questore Antonio Ammaturo, poliziotto ucciso a Napoli il 15 luglio 1982 dalle Brigate Rosse (omicidio dietro il quale sembra celarsi, oltre uno strano intrigo di potere, lo zampino di Cutolo). Sebbene il film sia infarcito di frasi ad effetto, tipiche della teatralità partenopea, che nel corso degli anni sono divenute dei veri e propri tormentoni prevalentemente al sud (chi non ha mai sentito qualcuno pronunciare "O' Malacarne è nu guappo e' cartone") spettano a Iervolino le battue più significative dell'intera opera (due per la precisione, che possono risuonare in mente anche per anni).
Le musiche iconiche e affascinanti di Nicola Piovani accompagnano quest'opera (di 168 minuti) imperfetta ma potente. Interessanti scelte di regia si alternano a incertezze nella messa in scena e nel montaggio, attori straordinari (Ben Gazzara vero e proprio mattatore) e momenti indimenticabili. Il Camorrista non è semplicemente un cult, un film dal forte impatto emozionale, ma un ritratto di uno dei più grandi buchi neri della storia Italia.

domenica 15 gennaio 2017

DC Extended Universe #1: L'uomo d'acciaio

Post #4.



Il supereroe per eccellenza, creato nel 1933 da Jerry Siegel e Joe Shuster, torna sul grande schermo per la sesta volta, qui con le fattezze del britannico Henry Cavill, per battezzare il DC Extended Universe (in termini spicci: l'universo cinematografico dei supereroi in costume della scuderia DC Comics). Il varo di questa nuova flotta di blockbuster, battente bandiera Warner Bros., spetta al wisconsinite Zack Snyder, cineasta ormai avvezzo al mondo dei cinecomics. L'uomo d'acciaio, uscito nelle sale cinematografiche nel giugno del 2013, rinarra le origini del figlio di Krypton attraverso le tappe fondamentali che lo porteranno a diventare Superman.
Se il mito del supereroe è divampato con il calare sul mondo della minaccia di un secondo conflitto mondiale, quando erano in molti a sognare l'arrivo di un individuo granitico che in solitaria annichilisse il nemico, oggi questa figura necessita di una riscrittura del proprio background per potersi adattare alla società contemporanea, nella quale il vero pericolo è rappresentato da coloro che non hanno mai dubbi e detengono un grande potere. Ed è questo l'obiettivo che L'uomo d'acciaio, nei suoi 143 primi di durata, cerca di raggiungere.
Cosa si ottiene mettendo nello stesso pentolone Superman, il supereroe più stupido e noioso nella storia dei supereroi stupidi e noiosi, Zack Snyder, regista amante dell'effetto rallenty piazzato a caso, David S. Goyer, sceneggiatore che ha palesemente perso ogni contatto con la realtà, quel furbone di Christhoper Nolan, che prima scrive il soggetto e poi nasconde la mano, e la Warner Bros, che stanzia 225 milioni di dollari per rivaleggiare con la Disney e il suo universo Marvel? Niente di buono, a quanto pare.
Partendo dalla crivellata sceneggiatura, in grado di delineare esclusivamente personaggi monodimensionali (Superman supereroe controvoglia in primis) con i quali è impossibile empatizzare (chi si identifica in un figlio che lascia morire il proprio padre, o in un padre che suggerisce al figlio di lasciare che una dozzina di adolescenti affoghino?) e svolte narrative spesso incoerenti (perché Lois Lane è sempre tra i piedi?), passando per un montaggio che alterna non sempre in maniera elegante passato e presente di Clark Kent, valicando una fotografia desaturata (siamo alla soglia del bianco e nero) che incornicia attori mai veramente in parte, per concludere il viaggio in una regia che distilla zoom improbabili e tremolii incomprensibili (in stile filmino della comunione), Man of Steel (questo il titolo originale) risulta un film di scarso livello e qualità, dove il poco di buono che c'è, ossia effetti visivi e musiche di Hans Zimmer, è figlio dell'altissimo budget speso.
La scelta di impregnare tutto con toni cupi e drammatici, visivamente e narrativamente, (seguendo la scia della trilogia de Il cavaliere oscuro di Christhoper Nolan probabilmente per distanziarsi dal frizzante Marvel Cinematic Universe) risulta forse la zavorra più pesante che la pellicola si porta dietro. Questa vena drama è però soltanto una scatola vuota, pura apparenza priva della riflessione, dell'introspezione e dell'approfondimento di cui il dramma vive, il cui unico effetto è di incidere pesantemente in negativo sulla fruibilità del prodotto, che non presenta mai momenti di alleggerimento. Snyder punta forte sulle sequenze d'azione. Peccato non riesca a tenere bene la linea. Molte scene risultano confuse (in alcuni momenti è difficile distinguere Superman dai suoi nemici o da un passante malcapitato) e quasi tutte sono prive di mordente. Ciò che appare chiaro, e può risultare apprezzabile, è che dietro il film ci sia comunque un'idea di storia e di costruzione cinematografica, anche se messa su con scelte improbabili e con scarsa capacità.
Il DC Extender Universe compie il primo passo (falso) con un film insufficiente e dimenticabile su uno svolazzante Superman.

sabato 14 gennaio 2017

Silence

Post #3.



"Il Signore dà e il Signore prende: questa è la sua natura. Sparge sale sulle ferite che dovrebbe curare". Recitava così la splendida Jessica Chastain in The Tree of Life, film del 2011 diretto da Terrence Malick. Sono numerosi i cineasti che nel corso degli anni, in maniera esplicita o meno, hanno raccontato dell'uomo in cerca di Dio; svariati modi e luoghi nei quali lo hanno inseguito. Dalle profondità oscure del cosmo (2001: Odissea nello spazio) agli assolati campi di battaglia (La sottile linea rossa), negli occhi di una giovane strega (Il settimo sigillo) come nella vita quotidiana dell'uomo comune (A serious man). Martin Scorsese, giunto al suo ventiquattresimo lungometraggio, decide di cercarlo nel Giappone del XVII secolo, tra spazi immensi avvolti dalla nebbia o cauterizzati dal sole.
Ispirato al romanzo storico Silenzio di Shūsaku Endō, pubblicato nel 1966, Silence, uscito in sala in questi albori del 2017, racconta la vicenda di due padri gesuiti portoghesi, Sebastião Rodrigues (Andrew Garfield) e Francisco Garrpe (Adam Driver), sbarcati in Giappone durante il periodo dell'inquisizione ai danni dei cristiani, alla ricerca del loro mentore, padre Ferreira (Liam Neeson), che secondo notizie non confermate avrebbe abiurato.
Un viaggio nel Cuore di tenebra (anche se idealmente siamo più vicini ad Apocalypse Now) che innesca una profonda riflessione, ambigua, contorta, penetrante, sull'eventuale esistenza di un Dio, sul rapporto tra uomo e creatore, sulla fratellanza, sul significato dei simboli (piccoli) e sulla loro importanza (grande) come pilastro della fede, sulle religione e la religiosità, sullo scontro tra culture (il collettivismo giapponese contrapposto all'individualismo del cattolicesimo europeo), sulla connotazione politica della religione (basti pensare alla diffusione del cristianesimo nell'impero romano). Dozzine di interrogativi snocciolati, come i grani nella corona di un rosario, ma nessuna vera risposta. "Se Dio vuole impedire il male ma non è in grado di farlo allora non è onnipotente. Se è in grado di farlo ma non vuole allora deve essere malvagio. Se non può e non vuole... perché chiamarlo Dio?", si domandava il protagonista di Franklyn, film del 2008 di Gerald McMorrow.
Complessa, articolata, imperfetta, maestosa, l'opera di Scorsese, venuta alla luce dopo più di vent'anni di travagliati tentativi, si veste di immagini potenti, curate, immerse nel silenzio, vera colonna sonora della pellicola; un silenzio primordiale nel quale perdersi, poiché è soltanto in esso che possiamo udire ciò che vogliamo. Perché il silenzio è l'unica risposta che Dio fornisce a tutte le nostre preghiere. Solo il silenzio svela l'arroganza umana nel voler comprendere l'intento di un essere superiore. Forse credere è una soluzione facile a cui l'uomo ricorre per non sentirsi solo, abbandonato in un oceano di imprevedibilità.
L'evoluzione elegante dei personaggi, portatori infetti di domande legittime, delinea un vaggio interiore che è minimo comun denominatore del genere umano. Un calvario, come in L'ultima tentazione di Cristo (il film del cineasta newyorkese concettualmente più vicino a questo Silence), che avvicina il protagonista alla figura del Cristo e al contempo lo allontana. Se nelle opere in cui l'uomo cerca Dio, lo sguardo della camera e dei protagonisti stessi scruta spesso verso l'alto, il cielo, alla ricerca di una sfuggente entità superiore, lo sguardo dei protagonisti e di Scorsese in Silence è sempre ancorato a terra, immerso tra sofferenze e miserie umane.
161 minuti di durata (non proprio scorrevolissimi) nei quali Scorsese, conscio del proprio talento, ambisce, osa, senza risparmiarsi, arrivando persino ad incespicare, donandoci un dipinto di sublime bellezza che non può che lasciare a bocca aperta.

venerdì 13 gennaio 2017

Un paese quasi perfetto

Post #2.



I comuni lucani di Pietrapertosa e Castelmezzano sono lo scenario nel quale il regista partenopeo Massimo Gaudioso dà forma alla fittizia Pietramezzana, sfondo di Un paese quasi perfetto, commedia italiana del 2016, trasposizione del francese Un village presque parfait di Stéphane Meunier (a sua volta remake de La grande seduzione di Jean François Pouliot).
La ridotta popolazione del paesino (poco più di 100 abitanti), dopo la chiusura della miniera che rappresentava il fulcro della loro economia, sopravvive solo grazie al sussidio della cassa integrazione. Per nulla intenzionato ad abbandonare l'unico luogo nel quale abbia mai vissuto, Domenico Bonocore (Silvio Orlando), da poco divenuto sindaco di Pietramezzana, decide a tutti i costi di convincere una grossa azienda del nord ad aprire uno stabilimento nel loro territorio. Uno dei requisiti necessari è la presenza in zona di un medico condotto, ruolo che per una serie di circostanze, sarà ricoperto dal chirurgo plastico Gianluca Terragni (Fabio Volo). L'obiettivo dell'intera cittadina diviene quello di convincere il medico a restare in carica per altri cinque anni, mettendo su una elaborata messa in scena.
Se alcune piccole incertezze nella regia e nel montaggio possono non sorprendere lo spettatore (in termini tecnici ci si ritrova esattamente quello che ci si aspetta), ciò che colpisce in negativo è la ridondante presenza nel film di stereotipi, cliché e luoghi comuni dell'italiano medio over 50 e del cinema commerciale italiano nel suo tutto. Perché Massimo Gaudioso, soggettista e sceneggiatore di questo lungometraggio, in passato è stato la penna dietro opere quali E' stato il figlio, L'imbalsamatore (dei quali ha scritto anche il soggetto), Reality, Il racconto dei racconti, ed era certamente lecito aspettarsi una raffinatezza maggiore in fase di scrittura; ma a quanto pare il regista napoletano (probabilmente spinto da Cattleya) ha deciso di provare a ricalcare il successo di film come Benvenuti al Sud e Benvenuti al Nord (anche questi sceneggiati da lui), con i quali Un paese quasi perfetto ha diversi punti in comune. Sicuramente più raffinato dello standard medio delle commedie italiane di successo degli ultimi anni (un altro pianeta se paragonato a film natalizi e surrogati), ma fiaccato, appesantito, indebolito da una patinata visione della vita e da una ricostruzione nostalgica di un certo tipo di società rurale. L'amore senza sesso, la beata ignoranza, il piccolo paesino asfissiato dalla noia visto come boccaglio d'ossigeno per l'uomo contemporaneo inserito nella caotica società odierna. Fandonie, preconcetti, banalità, si viaggia sulla superficie delle cose. Gli attori sono diretti con un certo brio e su tutti spicca Carlo Buccirosso che interpreta Nicola (detto bancomat), direttore di banca in un paesino di disoccupati. Regge bene la sua parte Silvio Orlando (simpatico il riferimento a Il caimano di Nanni Moretti) e Fabio Volo risulta persino sopportabile.
92 minuti di durata che, nonostante tutto, benché pesanti cadute narrative e un finale ai limiti del ridicolo, comunque scorrono, intrattengono, elemosinando qualche momento davvero piacevole.

giovedì 5 gennaio 2017

The VVitch: A New-England Folktale

Post #1.


Non contiene spoiler.

Attraverso una perfetta commistione tra ricostruzione etnologica e racconto folkloristico, l'esordiente Robert Eggers porta in scena, con forte ambizione e grande talento registico, una spietata decostruzione del patriarcato anglosassone di stampo cattolico, ponendo sotto attacco da ogni fronte la fede cieca, nido di paure e costrizioni.
Nell'America del nord dei padri pellegrini (da poco sbarcati dalla Mayflower), il predicatore religioso William (Ralph Ineson) a causa del suo estremismo religioso viene allontanato con la famiglia dalla comunità puritana nella quale vive. Insediatosi ai confini di un bosco, il piccolo nucleo familiare dovrà far fronte alla minaccia rappresentata da qualcosa di mostruoso che si muove tra le fronde degli alberi.
La perfetta ricostruzione scenica (dagli ambienti ai costumi, dai capelli unti allo sporco sotto le unghia), cesellata su schermo dalla gelida fotografia di Jarin Blaschke, sposa alla perfezione lo stile netto, elegante, che attinge a piene mani da Bergman e Dreyer, con cui Eggers confeziona il suo primo lungometraggio, The VVitch: A New-England Folktale, horror di stampo storico datato 2015.
Basato su "giornali, diari e resoconti giudiziari del tempo" (come accennato nei titoli di coda), nei suoi 92 minuti di durata, benché dotato di un impianto narrativo che costruisce un crescendo di tensione notevole, condito da scene horror dal forte impatto visivo ed emotivo, il film preferisce incentrarsi sulla caratterizzazione psicologica dei membri della famiglia, delineando il modo attraverso il quale l'ossessione religiosa, il timore della punizione divina, inquini le loro menti, conducendoli, e conducendoci, lentamente in una spirale di follia.
Il dogma della predestinazione di stampo protestante (assioma secondo il quale un disegno divino, scrutabile da piccoli segni nella vita quotidiana, determini la salvezza o la dannazione ultraterrena) fungerà da cappio per l'asfissia della ragione, nel momento in cui si verrà a contatto con l'entità, o le entità (forse) presenti nel bosco. Il confine tra realtà e suggestione (se non vera e propria psicosi allucinatoria forse provocata dalla cosiddetta segale cornuta) è completamente sfumato, riproponendo sotto una nuova veste uno stilema narrativo già visto in opere recenti come Le streghe di Salem di Rob Zombie o Babadook di Jennifer Kent (per non risalire addirittura alla prima parte della filmografia di Roman Polanski o allo Shining di Kubrick), deflagrando la linearità narrativa per orientare lo spettatore sui concetti che la pellicola vuole esprimere.
L'odio, il timore, l'incesto, il peccato, l'alienazione; temi affrontati con estrema intelligenza in questa perla cinematografica di rara bellezza, che aborra cliché e scorciatoie (banditi i jumpscare), preferendo lavorare in sottrazione, trovando forse il suo acuto maggiore in uno straziante "ti voglio bene" urlato in lacrime.